Scienze in Rete: Una ricetta per curare la Scienza 10 Novembre 2013

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E’ da tempo che si parla di scienza malata. Questo era il titolo di un libro pubblicato già nel 2010 dal genetista Laurent Ségalat che evidenziava gli aspetti fondamentali di questa patologia: la ricerca spasmodica di pubblicazioni ad alto impatto per ottenere sempre nuovi finanziamenti entrando in un circolo vizioso senza fine.
E’ la domanda che sorge spontanea è se questo sistema porti realmente ad un avanzamento delle conoscenze.
Un’analisi obiettiva dei risultati ottenuti dalla scienza in tutti i campi, anche in relazione a quanto la società ha investito, non porta ad una risposta evidente. Progressi ci sono stati, ma spesso l’enfasi con cui vengono presentati i risultati non corrisponde ad un progresso fondamentale.
Basti pensare a quante volte si è scritto sui giornali che il cancro sarebbe stato debellato o che si era ad un passo da una “teoria del tutto” che avrebbe spiegato i fondamenti dell’universo, con la differenza che nel primo caso le aspettative della gente sono molto alte viste le ricadute anche nella vita quotidiana delle persone. Oltre alle illusioni create nella popolazione, altri effetti collaterali di questo modo patologico di affrontare la ricerca sono sotto gli occhi di tutti: non passa giorno senza che giornali e mezzi di comunicazione non riportino casi di frode, falsificazione e irriproducibilità dei risultati.
Sono sorti siti web dedicati alla classificazione delle frodi scientifiche che ormai non riguardano più frange marginali come nel caso di cure miracolose o della fusione fredda, ma spesso coinvolgono ricercatori affermati e al centro del sistema della scienza. Questo porta spesso alla pericolosa conclusione da parte dei non addetti ai lavori che la scienza, in toto, funzioni in questo modo. Non è così.
Questo sistema patologico rischia di screditare persone che da anni svolgono seriamente il loro lavoro credendo nell’impegno che hanno assunto con la società. Per questo pensiamo che sarebbe molto importante riflettere tutti insieme su questi problemi cercando di riportare il sistema ad una situazione fisiologica. Gli sviluppi nelle tecnologie informatiche permettono ormai di manipolare fraudolentemente i dati in maniera fantasiosa ma allo stesso tempo consentono anche di scoprire le frodi più facilmente.

Un caso emblematico, interessante da ricordare, è quello di Jan Henrik Schön, brillante postdoc in un laboratorio di punta negli Stati Uniti (Bell Labs) che lavorava nel gruppo di un affermato ricercatore, Bertram Batlogg.
Batlogg e Schön in pochi anni hanno pubblicato una serie impressionante di articoli su Nature e Science che riportavano risultati eclatanti nel loro campo. Un professore di Cornell si accorse che alcune curve sperimentali venivano ripetute in diversi articoli ma in contesti completamente diversa. Da lì partì una indagine che portò a scoprire come Schön non avesse svolto alcun esperimento creando tutti i propri dati al computer. In effetti, nessuno riusciva a riprodurre i suoi risultati. L’inchiesta si concluse con il licenziamento di Schön e il suo conseguente abbandono del mondo della ricerca. L’università di Costanza, dove aveva conseguito in precedenza il dottorato di ricerca, gli revocò il titolo. Batlogg, che aveva firmato tutti gli articoli incriminati, fu invece ritenuto innocente ed è tuttora professore all’ETH di Zurigo (posto che accettò prima che scoppiasse il caso Schön).
Quello che sta succedendo in questi anni nel mondo biomedico ricalca e addirittura amplifica il caso Schön: immagini e dati sperimentali vengono manipolati o costruiti a tavolino. In tutti questi casi, il responsabile del laboratorio declina ogni coinvolgimento in quanto non direttamente a conoscenza di ciò che accade nel proprio laboratorio o nelle collaborazioni in cui è stato coinvolto. Tutto questo rientra perfettamente nel sistema patologico di cui abbiamo parlato: i responsabili dei gruppi di ricerca firmano lavori senza avere la più pallida idea di cosa riportino, non hanno mai discusso risultati con chi li ha veramente ottenuti, non sono mai entrati in laboratorio. Il paradosso è che quando i risultati portano fama e onori, con pubblicazioni prestigiose, sono pronti a prendersene tutto il merito mentre quando si scoprono frodi se ne tirano fuori.

Noi pensiamo che sia necessario dare una risposta ferma e concreta per evitare che i giovani ricercatori siano scoraggiati o peggio ancora intraprendano scappatoie fraudolente. Bisogna ritornare ad un modello di ricerca più solido e senza spettacolarizzazione, consentendo una migliore razionalizzazione delle risorse.
La ricetta è una ed è semplice: Il responsabile del gruppo di ricerca deve essere chiamato a rispondere in prima persona nel caso di frodi accertate all’interno del proprio gruppo.
Questo semplice fatto porterebbe ad una serie di conseguenze: per mantenere un controllo della qualità e riproducibilità dei risultati, il responsabile di un gruppo sarebbe costretto a seguire direttamente le ricerche e presterebbe maggiore attenzione a quanto viene pubblicato magari pubblicando anche un po’ meno.
A volte risulta difficile capire come sia possibile pubblicare decine di lavori all’anno se non grazie al modello patologico, per cui si firma un lavoro senza averlo veramente letto e in questo modo si alimenta il sistema.
Ci siamo illusi che la ricerca funzionasse come una corporation o una fabbrica. Noi crediamo che non sia così.

Caterina La Porta – Università degli Studi di Milano

Stefano Zapperi – CNR-IENI

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